Fotografa a Pechino

Mi sono sempre chiesta se l'Oriente avesse un profumo, se quel concetto divenuto un giorno geografia potesse imprimere all'olfatto una sua particolare impronta. Ma in tanti anni di viaggi dall'altra parte del mondo ho capito che il vero profumo d'Oriente è quello di casa mia, quella dei miei genitori a Pisa. Lì sono passati stuoli di viaggiatori più o meno accaniti, conducendo al loro seguito follie esterofile di ogni tipo, oggetti, reliquie, mostri realizzati con materie inerti e buoni per evocare, immaginare, disegnare un mondo che già da bambina intuivo più vario del mio cestello di pennarelli.
Ma il mio incontro con il viaggio, e con il Mondo, c'è stato forse a 17 anni, quando impugnai la mia prima macchina fotografica. Un appuntamento al buio con quella che - anche se allora ancora non lo sapevo - sarebbe diventata la mia amante segreta e pubblica insieme. Fu lei, la macchina fotografica, a tenermi desta durante gli anni del diploma artistico, fino all'Accademia delle Belle Arti di Carrara, dove da scultrice ebbi l’occasione di seguire il mio primo corso di fotografia e conoscere la mia prima analogica - una Nikon FG - un vecchio modello anni Ottanta che ancora conservo.
Fu allora che partii per l'India con mio padre. Verso Sud, verso un tempo diverso, facendo la scoperta improvvisa, e già scritta, che il terzo occhio della camera oscura aveva aperto in me la sua palpebra sottile. Capii sena tropi ripensamenti che il reportage era l'oggetto concreto della mia vocazione.
Viaggiare divenne per me strumento d'amore. Nel 2010 - ancora studentessa - partii per la Spagna, alla volta della "Universidad Politecnica de Valencia". Prima per un anno, poi non seppi rinunciare all'occasione di rimanere fuori per altri tre, nonostante l'invito dei miei cari a pensarci bene. Ci pensai e partii...
Passarono anni veloci come giorni. La  sperimentazione cinematografica e le sue  relazioni con altre discipline artistiche occupò gran parte del mio tempo, trascinandomi verso la video arte e il video documentario. Fui tra le fondatrici del Grupo de trabajo de cine ex, il GTCE. Con l’appoggio del Vice Decano della cultura della Facoltà e della videoteca IVAC iniziammo a organizzare proiezioni e dibattiti sul cinema undreground e il cinema indipendente Valenziano.
Ma dopo questa lunga formazione romanza, arrivò di nuovo lui, l'Oriente, nella sua declinazione estrema, irriducibile: la Cina. Partecipai a un bando scolastico chiamato Promoe. Una magnifica opportunità per studiare fuori dall'Europa. Iniziai a scrivere una tesi di storia dell’arte contemporanea cinese ascoltando da vicino i battiti dei molti artisti della Repubblica Popolare coinvolti nella dura lotta per la libera espressione.
Quando mi misi in viaggio per Pechino le uniche informazioni furono un indirizzo della università cinese “CAFA” e un numero di telefono del mio presunto tutore. Alle spalle qualche parola di mandarino, tra le quali "wo bu hui shuo putonghua", "non so parlare Cinese", e un' idea confusa della Cina, desunta da autori come James Kynge, Nunziante Mastrolia, Tiziano Terzani, Liang Heng, Dai Sijie, Wei Hui. Mi affacciai così su una città inattesa. Ricordo la mia ossessiva curiosità di qualunque cosa potessi scorgere fuori dalla finestra. E chi lo avrebbe mai detto che al posto di una tipica casa hutong, avrei trovato Ikea.
Sono trascorsi tre anni da allora. Oltre a dedicarmi alla libera  professione, lavoro come fotografa life style per una rivista chiamata “That’s Beijing”. Tra i rumori delle rock band emergenti, ristoranti, negozi e caffè, aprono e chiudono a ritmo di tamburo.
Contrasti tra vecchio e nuovo, tra stile di vita e ideologia. E quell'odore d'Oriente che non so ancora dire se appartenga o meno alla realtà di questi spazi, se ne traduca l'essenza. La Cina, questo continente senza misura amato e poi odiato, dove l'integrazione sembra davvero un'utopia, è il luogo dove adesso vivo. E forse per questo odora anche un po' di me.