Stevenson emigrante

Ci sono due modi di viaggiare; e questo mio viaggio attraverso l'Oceano fu una combinazione di entrambi. "Via dalla mia terra e dal mio cuore io vado", canta l'antico poeta; ed io non solo stavo allontanandomi dal mio paese in quanto a latitudine e longitudine, ma anche da me stesso, in quanto a modo di mangiare, compagnie, considerazione. Gran parte dell'interesse e del diverrtimento nasceva, almeno per me, dal fatto di trovarmi in questa situazione assolutamente nuova.
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Mano a mano che ci avvicinavamo a New York, io, che dapprima mi ero divertito, ero sempre più sconcertato dai racconti allarmistici e orribili che circolavano sulla nave. Sembrava che fossimo sul punto di sbarcare su un'isola di cannibali. Per strada non devi parlare con nessuno, se non vuoi essere lasciato lì, derubato e malmenato. Per entrare in albergo devi prendere precauzioni militaresche; poiché il minimo che puoi aspettarti è di svegliarti la mattina dopo senza soldi né bagagli, e nemmeno i vestiti da metterti addosso, abbandonato nel tuo letto come una radice sbarbata; e se invece ti fosse andata peggio, saresti immediatamente e misteriosamento scomparso dalle file dell'umanità.
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Nel pomeriggio eravamo a Sacramento, la città dei giardini in mezzo a una distesa di grano; e il giorno seguente, prima dell'aba, eravamo in panne sulla baia di San Francisco, dalla parte di Oakland.
Spuntava il giorno quando traghettammo, si alzava la nebbia sulle colline costruite di San Francisco; la baia era perfetta - senza una increspatura, o niente che macchiasse quella distesa azzurra; tutto era immobile, in attesa del sole. Una chiazza d'oro offuscato da una nube illuminò prima la testa del Tamalpais, e poi scese giù, distendendosi sulle sue belle spalle; l'aria parve risvegliarsi, e cominciò a scintillare; e improvvisamente "The tall hills Titan discovered", e la città di San Francisco, e la baia dell'oro e del grano, si illuminarono da un capo all'altro della luce di un giorno d'estate.