Luciano Del Sette

Il primo viaggio
Forse avevo già dentro di me, nonostante allora fossi uno studente universitario e un viaggiatore spensierato delle vacanze, quel modo di rivolgere al mondo il mio sguardo, che mi avrebbe poi sempre accompagnato anche quando, nel viaggio, ho cominciato a vestire i panni del giornalista: far scorrere gli occhi e lavorare la testa su ogni meta, indipendentemente dal numero di chilometri che la separano dall’Italia. Così ho due “primi viaggi” nell’antologia dei ricordi. Uniti, oltre che dall’entusiasmo, anche dal modo di compierli e dalla compagnia: in auto, su una Dyane 4 e una 500L, insieme al gruppo di amici fraterni con i quali mi affacciavo al viaggio “vero”. Nel 1971 furono 40 fantastici giorni attraverso una Sardegna lontanissima da quella di oggi. Nel 1974, un mese in giro per la Turchia dei minareti, dei bazar, degli ittiti e delle cascate di sale di Pamukkale. Due on the road resi meravigliosi da emozioni genuine e fortissime

Il viaggio più avvincente
Dicevo in precedenza dei panni di giornalista indossati per Il Manifesto e poi anche per Atlante, grande rivista di geografia purtroppo scomparsa, sacrificata sull’altare del marketing editoriale. Indossando tali panni, credo che la più bella esperienza di viaggio sia stato il Brasile, sette mesi ventidue anni fa, per scoprire e raccontare un Paese anche da noi prigioniero degli stereotipi, e invece enorme contenitore di culture, tradizioni, contraddizioni, e via citando, Un Paese difficile ma generoso, spiazzante e al medesimo tempo disposto a considerare suo “cittadino” lo straniero che dia segno di amarlo e di cercare di comprenderlo. Il Brasile ha rappresentato per me un’esperienza unica, anche e soprattutto perché lì conducevo una vita all’insegna della quotidianità, della normalità. Una grande avventura umana e professionale che mi ha lasciato un segno indelebile.

La città o il luogo preferiti
Di nuovo la duplicità del mio sguardo: Roma, dove vivo. Rio de Janeiro dove, della mia vita, ho vissuto una piccola ma importantissima parentesi. Per ciascuna città, due luoghi uniti da una medesima impronta popolare. A Roma il quartiere Monti, accanto ai Fori Imperiali, che a differenza di Trastevere riesce ancora ad essere se stesso, e dove la memoria del tempo va dalle burle del Marchese del Grillo alla tragedia degli zingari deportati dal nazismo, ai quali sono dedicate una via e una piazza. A Rio, il quartiere di Lapa, pieno centro storico, dove avevo il mio “campo base” in un albergo: ex quartiere di puttane e di casini, con la tramvia che sale, come sospesa in aria, verso Santa Teresa; il bar Amarelinho, dove si radunavano intellettuali e oppositori della ditattura. Fu lì che nel 1985, milioni di persone diedero vita a una festa di giorni e giorni per celebrare la caduta dei militari e la rinascita della democrazia. Anche questo, un ricordo di Rio che conserverò finché vivo.

Il libro preferito
Pensando a quanto spazio nella nostra storia di oggi occupano i conflitti in Medio Oriente, il terrorismo con le sue vittime innocenti, l’integralismo, il fanatismo, sono rimasto letteralmente inchiodato alle pagine de L’attentatrice, di Yasmina Khadra, Mondadori. Un dramma personale e politico, umano e sociale, raccontato attraverso un linguaggio perfetto. A cominciare dalle prime pagine. resoconto sconvolgente e crudamente realistico di cosa resti sul luogo dopo un attentato.