Soprattutto Medio Oriente

L'irrequietezza fa brutti scherzi. Mia madre racconta ancora di quando da piccolo mi trovò sull'uscio di casa. Nella mano reggevo un bastone, a cui avevo annodato un fazzoletto con cibo e giocattoli. Non avevo ancora letto Twain, ma il piccolo Huckelberry era già un personaggio con cui avrei stretto volentieri amicizia. Al liceo non mi permisero di andare a studiare a Berlino perché non avevo abbastanza sufficienze in pagella. Maledico ancora ora la miopia di quelli che mi bloccarono. Ma se sei un aspirante nomade, certe esperienze sono solo rimandate.

La prima vera avventura fu uno di quei vagabondaggi che non si scordano più. Fu l'Interrail più classico d'Europa, ma sui corrimano in pietra di Santiago de Compostela o sul pavimento di un vecchio T2 Volkswagen non ho più dormito. Non lo dico con rimpianto, perché ho in parte perso quella meravigliosa ingenuità fatta di cliché e archetipi di viaggio. In Spagna ci sarei tornato per vivere, prima a Granada e successivamente a Bilbao, l'anno dell'Erasmus. Due mondi diversi, facce diverse, lingue agli antipodi, il mare e l'oceano, la pioggia e il calore afoso. Sono realtà che durante quel primo viaggio in treno ho attraversato come una strada, più che percorso come un sentiero. Solo in seguito ho imparato ad apprezzarli nelle differenze, a soffermarmi. Ad esempio, quando qualche anno fa finii in Colombia, ancora prima di partire sapevo le parole esatte che avrei usato per chiedere ospitalità al capo di un villaggio di pescatori. Alla fine non ce la feci, ma prima di ripartire la "muchacha" della famiglia che ci ospitava mi chiese di nascosto di lasciarle una mia foto. Forse non avevo realizzato il progetto di pescare con gli indios, di vivere l'archetipo del viaggio che si addentra nei posti lontani dal turismo. Ma in maniera istintiva e naturale ero riuscito a stringere un legame speciale con quella terra. Fu una lezione che applicai anche quando nel 2008, dopo aver studiato a Bologna per un anno, venni avvolto di nuovo da quella sana, terribile irrequietezza tipica degli esseri che non sviluppano radici.

L'amicizia con un veneziano di origine ebraiche mi aveva posto diversi interrogativi sulla relatività del mondo, e decisi che era giunto il momento di affrontarla fino in fondo. Con una borsa di studio dell'Università di Bologna volai a Gerusalemme con l'obiettivo di indagare sulla "crescita del fanatismo religioso all'interno dell'esercito israeliano". Era la fine del 2009, il mondo parlava dello scoppio della terza intifada, ed io facevo tre lavori: il cameriere in una taverna armena nella Città Vecchia; l'intervistatore in mezzo alle colonie ebraiche della West Bank; e l'aspirante reporter con i giornalisti free-lance con cui vivevo. Ero talmente affetto da bulimia esistenziale, che dopo 7 mesi partii da Gerusalemme in solitaria, zaino in spalla, sguardo verso Damasco. Mi procurai un secondo passaporto al Cairo, girai due settimane in autostop l'Egitto e proseguii lungo i sentieri di Libano, Siria e Giordania. Al mio ritorno in Italia mi laureai with honors, vinsi un bando e in poche settimane stringevo la mano al Segretario dell'Ufficio Politica e Stampa dell'Ambasciata italiana in Israele, uno stage che lasciò il segno. Nel tempo libero mi procurai un'altra borsa dell'Università di Bologna, con cui ottenevo interviste ad estremisti di destra, generali e politici. Ma la voce dell'Europa chiamava, il vento del Nord portava nuove sfide, ed io le accolsi a braccia aperte. Fu così che una mattina di Settembre del 2011 mi risvegliai affacciato su Place Ambiorix, a pochi passi dal quartiere turco di Bruxelles.

A lavorare nel mondo della burocrazia europea non durai molto. Sognavo ancora di fare il giornalista, di tornare sul campo, di fare domande nella posizione di chi necessita risposte, di spostare lo sguardo sul mondo e pensare di raccontarne la complessità e la forza, rivelarne i meccanismi, razionali e misteriosi. Il Viaggio mi aveva lasciato questo approccio, ma per farlo serviva un compromesso: tornare nel paese in cui tutto aveva avuto inizio, parlare la lingua che per prima avevo udito, vivere finalmente con la donna che il Medio Oriente mi aveva lasciato in dono. A Luglio del 2012 decisi di fare la puntata decisiva, ed ora vivo all'ombra della Madonnina più famosa della penisola, nel nome di Walter Tobagi, senza rimpianti. Un nuovo viaggio è appena iniziato, e questa volta il sentiero si chiama Italia.