New York City

Cosa significa partire? E cosa, tornare?

Quanti viaggi si possono fare anche senza fare un passo!… Ma quelli fisici hanno componenti diverse. E la lontananza dagli affetti che ci hanno circondato che senso da’ al nostro vissuto, a quelle stesse nostre relazioni, e a quelle nuove che si formano?
Cosa sono le vertigini da eccesso di informazioni? Quelle che provo io, quando il pavimento mi si muove sotto i piedi.
Vedo giovani proiettati nel mondo, pieni di speranza, di aspettativa, di attesa nel futuro. E di paura, quella non te la leva nessuno. In aggiunta, in tanti di loro si fa strada la malinconia e il rimpianto per la propria terra, la propria casa. C’e’ chi si aspetta molto dal paese delle promesse, l’America, il trapezio a cinquanta stelle, che a volte sembra davvero premi le capacità e le doti.
Chi si sradica ha grandi ambizioni, non trovando la propria gratificazione ne’ il proprio posto in una paese che ti succhia fino al midollo, nel caso dell’Italia. E la fatica provata si centuplica. Per fare un passo ti si chiede di fare un doppio carpiato con avvitamento multiplo. E tu non sai nemmeno di cosa si tratti!… Neppure io.
Almeno qui puoi sperare. Non hai la garanzia di un lavoro gratificante, ma hai la speranza.

Cosa sara’ cambiato al mio ritorno? Cosa troverò mai di diverso nelle mie relazioni? Mi dicono che in aereo la gente pianga. “Non l’hai mai visto?! Le persone piangono perché si trasferiscono, perché lasciano qualcuno, per i cambiamenti…” Mah. Bisognerebbe chieder loro. No, in aereo sono sempre molto concentrata su di me e fino a due anni fa pensavo solo di morire ogni volta che ne prendevo uno. Quindi magari ero io a piangere. E la varietà di pensieri lacrimosi spaziava dal terrore più palpabile alla bellezza più alta.

Si lascia sempre un nucleo, un calore, che può essere di varia intensità. E cosa si trova?
Alcune giovani donne che conosco sono piene di coraggio, buttate all’inseguimento di un sogno. O vari sogni.
Chi sbircia dalla serratura colui che parte ne vede solo tutto il fascino. L’avventura del viaggiatore. Il giro del mondo in 80 giorni.
Eppure, mentre si vive un quotidiano noioso e ripetitivo non si percepisce la culla protettiva che ci avvolge. Non si sente perché e’ qualcosa di naturale. Talvolta può addirittura soffocare. E’ la protezione, la placenta. La rete degli affetti che viene da lontano. Non si apprezza perché scontata.
E quando si cambia continente il pensiero che ricorre tra le persone diventa DOVE si voglia vivere, cosa su cui, rimanendo nel paese d’origine, non c’e’ ragione alcuna di indugiare. Domanda che rimbalza da uno all’altro. Eppure ognuno degli immigrati riporta lo stesso sentire.
Dove voglio vivere? Ho intenzione di rimanere qui per sempre? Voglio creare una famiglia a New York?! E la risposta e’ spesso la solita, con varianti sul tema, con specifiche sulla tempistica, attenuanti: non lo so.
Sono stupita, io, la pivella della situazione.
Chi ho conosciuto e’ a New York da almeno un anno. Chi due, chi cinque. Si godono la poliedricità della città, la musica, la danza, l’incontro spontaneo e costante tra realtà e persone completamente diverse, gli aperitivi, il vino di merda, il cibo molto buono.
Ho cucinato giorni fa per una festa a casa mia. Le persone erano grate come se avessi regalato loro un pezzo del mio cuore.
Un gesto apprezzato a tal punto che mi ha stupito. Ci si sradica, e si prova a ricostituire qualcosa. Ci vuole tanto lavoro capillare, non mollare, non lasciare niente d’intentato, darsi, essere presenti. Senza basi. Si deve ripartire.
Stimolante in ogni senso. Da una parte per la novità continue a cui si può andare incontro, dall’altra per l’essere inevitabilmente sottoposti a fare i conti, senza possibilità di appello, con se’ stessi.
Questa non è l’Europa, non prendi un aereo e in due ore torni a casa. La mente non è programmata al going back so soon.
Mi stupisco nel vedere una forte ricerca di unione. Chi si sradica cerca più fortemente riferimenti affettivi. Che senza l’amore, si gira a vuoto…
E il banale segreto è stare nel momento. Banale e profondamente difficile.
Mi ha commosso vedere tante persone che per le feste erano emozionate a tornare in Italia. Si sente l’attrazione per la rete di salvataggio.
La rete da cui, dopo due settimane, con che sentimento ci si svincolerà?
In quanti mi hanno chiesto come è New York vestita di natale? Molto bella. E ho fatto uno sforzo mostruoso per imparare a godermi le luci, i mercati, a concentrarmi sugli amici, sugli affetti, e stare nel presente. Stare nell’esplorazione, non nella solitudine. E ci sono riuscita. Non mi ha steso l’addobbo.
Che senso ha partire, andare e tornare? C’e’ solo l’andare mi pare. Non esiste tornare. Ora è solo un progresso. Torni, ma in realtà vai, stai andando perché hai messo alla prova la parte più sensibile del tuo essere, hai scosso e tolto tutte le radici affettive ed è rimasta la tua essenza, nuda e cruda.
E dunque, per quanto tu possa tornare laddove sei cresciuto, sarai cambiato e starai solo andando verso un posto nuovo, che esplorerai con i tuoi occhi nuovi e con le tue mani nuove.

E adesso prendiamo questo aereo.