Quattro parole su Barcellona

di Andrea Marchetti

Nel primo racconto del suo “L’Angelo Nero”, quel gran viaggiatore di Antonio Tabucchi cammina per Pisa e ne ascolta le voci. Le ascolta così tanto che lascia che siano loro a guidare il suo cammino: fino all’inquietante finale in cui dalla cima della famosa torre sguincia uno di quegli angeli neri che a volte vengono ad abitarci la mente pare volergli suggerire una drastica soluzione ai suoi problemi esistenziali – ché gli angeli se non sono drastici non si divertono: non per nulla amano sfoderare spade, decapitare dragoni, pestare teste ai serpenti e spaventare vecchi profeti apparendo loro all’improvviso all’ora della siesta, alla faccia dell’aggettivo angelico come lo intendiamo noi comuni mortali.

 

Come Tabucchi, il viaggiatore avvertito sa bene che le città hanno voci. E come il grande scrittore se ne lascia ben volentieri guidare, fosse solo per uscire dai percorsi precotti delle guide in formato tascabile. Dalle grida della Vucciria ai bisbigli – se al bisbiglio si arriva - della metropolitana di Tokyo, dalle preghiere dei muezzin al tramonto fino al gossip delle fermate di autobus di Tor Bella Monaca, le voci sono parte dell’arredo urbano: non di rado scritte anche sui muri, a marcar territorio e spartirlo coi cani del quartiere.

 

Barcellona, e questo chi c’è stato lo sa, ha una voce sua. Leggermente isterica la mattina, quando lungo il Carrer d’Aragó ci si svaffancula volentieri per un improvviso cambio di corsia alla ricerca di un metro di vantaggio; molto più rilassata al pomeriggio man mano che l’ora delle tapas e delle cañas si avvicina; infine voce da crooner consumato la notte, in particolare se uno quella notte ha in programma una cena al Botafumeiro e magari dopo – perché porre limiti alla provvidenza? – un incontro fortunato al Luz de Gas. Quanto alle scritte sui muri, quattro meritano certo l’attenzione del viaggiatore che l’attraversi.

 

DREAMS /SOGNI. “Non era un sogno”, pare disse Colombo ai reali di Spagna che a Barcellona lo aspettavano di ritorno dal Nuovo Mondo. “Sì, lo era, e per quello te lo abbiamo finanziato”, pare abbiano risposto loro. E di sogni è piena la città: quelli in pietra di Antoni Gaudì, che per troppo sognare finì sotto un tram; quelli in musica di Joan Manuel Serrat, che dalle finestre del Poble Sec ha scritto alcune delle più belle canzoni del ‘900; e quelli di carne e sudore degli immigrati sudamericani e nordafricani che vi approdano in cerca d’occasioni.

 

 

LOVE – AMORE. Di prove d’amore il viaggiatore ne incontra a bizzeffe camminando per Barcellona, e nelle forme più variate. L’amore ultraterreno della Catedral del Mar, costruita dagli scaricatori del porto e visitata da tutti i pescatori della ciutat prima delle uscite più perigliose; l’amore ben più terreno per la buona tavola (con Ferran Adrià a far da Cupido) e per il vino del Penedés; quello carnale, con il gran fallo della Torre Agbar eretto contro il cielo a richiamarlo; e infine l’amore spicciolo e quotidiano - ma che al viaggiatore sensibile non mancherà di procurare un sorriso - delle coppie che pur avanti negli anni la sera escono dai bar di quartiere tenendosi sempre per mano.

 

SILENCIO – SILENZIO. Che il silenzio sia il necessario contrappunto alla voce lo sanno tutti i grandi attori, categoria alla quale certamente Barcellona appartiene. Ha tenuto silenzio il giorno della sua caduta, nel ’39, quando i miliziani di Franco che da mesi la bombardavano vi entrarono da un lato mentre dall’altro il poeta Antonio Machado se ne andava esule verso la Francia: dove morì il mese successivo - forse di tristezza - dopo essere rimasto per giorni a guardare da solo il grigio mare d’inverno. Tiene silenzio all’alba, quando gli ultimi viveurs lasciano i locali notturni e la spiaggia della Barceloneta inizia a tingersi di rosa. E soprattutto tiene silenzio quando dal Camp Nou arrivano brutte notizie; silenzio che si fa di tomba se al contempo arrivano notizie di vittoria da parte delle meringhe madrilegne.

 

INDEPENDÈNCIA – INDIPENDENZA. Questa sarà forse la parola più forte all’orecchio del viaggiatore, e non solo all’orecchio: guardando in alto il suo occhio si accorgerà infatti senza dubbio di quante migliaia di abitazioni abbiano la loro Estelada - la bandiera della Catalogna - a sventolare sui balconi o dalle finestre. Niente di meglio, per il viaggiatore che intenda capire quest’affanno a distinguersi dai Borboni, che recarsi al Centro Culturale El Born, nell’omonimo e tradizionalmente ribelle quartiere (oggi peraltro alquanto bohèmien-chic come tocca essere, una volta entrati in maturità, alla maggior parte dei ribelli). Esposizioni ed eventi si accavallano, tutti intesi a spiegare le ragioni della desiderata separazione da Madrid. E la Estrelada che presidia la piazza circostante dall’alto di un’asta di 1714 centimetri - a ricordare l’anno della perduta indipendenza, tre secoli fa – attende che quel referendum che il governo centrale vuole negare a tutti i costi la riporti in vigore a furor di popolo. E il viaggiatore romantico non potrà che sedersi in uno dei bar della piazza, levare a quella bandiera un bicchiere di buon Cava catalano e mormorare: que vagi bé, Barcelona!