Saharawi: 40 anni di attesa

di Alice Pistolesi - foto Camilla Caparrini

Un’attesa lunga quarant’anni quella del popolo Saharawi, costretto a vivere nei campi profughi allestiti nel deserto algerino, dopo essere stati cacciati dalle proprie terre dal Marocco nel 1975.

Quarant’anni di vita precaria in un deserto ‘maledetto’ad aspettare la risoluzione del conflitto, per poter tornare nelle proprie case, per poter riabbracciare madri, padri, cugini, amici.

I saharawi che arrivarono nel deserto , dopo essere fuggiti dalle proprie case, non hanno più potuto avere contatti con chi è rimasto in quelle che il ‘popolo del deserto’ chiama le ‘Terre Occupate’ : la zona tratteggiata sulle cartine geografiche e che prende il nome di Sahara Occidentale.

La storia del Saharawi è una storia di sofferenza ma anche di speranza. Aprile 2015 è considerato da molti il momento della svolta: la data tanto attesa per la soluzione della diatriba tra Sahara Occidentale e Marocco.

Nell’aprile dello scorso anno, infatti, il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, aveva redatto un rapporto nel quale, per la prima volta, si individuava una data precisa.

“Il Marocco con questo rapporto si è innervosito – ha commentato Omar Mih, rappresentante italiano del Polisario (l'organizzazione armata per il Sahara Occidentale) – Negli ultimi anni il loro obiettivo era stato far sì che la Minusro (la missione Onu per il referendum del Sahara Occidentale) controllasse solo il cessate il fuoco e non avesse un mandato politico”.

“Ora la decisione passa al Consiglio, saranno in grado di prendere quella giusta?”

Attorno alla domanda di Omar Mih ruota la questione attuale del Saharawi.

“L’Onu ha l’interesse a risolvere questa situazione perché l’area è già abbastanza sottosopra: c’è il nodo della regione del Sael, il terrorismo, il passaggio continuo di droga dal deserto”

I Saharawi si sentono tra due fuochi difficili da gestire per un popolo in esilio: “Siamo circondati dall’hashish che arriva dal Marocco e dal fondamentalismo che arriva dal Mali. Il Polisario compie uno sforzo enorme per preservare i campi profughi da tutto questo”.

Certo è che continuare a vivere nel deserto non è più pensabile: viaggiare in Algeria è sempre più difficile e gli aiuti internazionali (fondamentali per i saharawi, che vivono di quello) si sono ridotti del 70%.

“Vivere qui è complicato – racconta Khalili Seddiki, tecnico informatico, classe 1981, nato e vissuto nei campi – Io sono fortunato perché facendo l’accompagnatore dei ragazzi in estate almeno una volta all’anno esco da qui, ma non per tutti è così. Ci sono persone che non hanno mai visto il mare, se non in televisione”.

“In questa situazione – prosegue Omar – è sempre più difficile mantenere la calma, soprattutto per i giovani che non vedono un futuro. In molti credono che l’unica soluzione sia tornare alla guerra”.

La sensazione che il conflitto sia dietro l’angolo è infatti reale. “Se ad aprile non succede qualcosa- sostiene Mohamed Bukors, ispettore del Ministero dell’Istruzione Saharawi – torneremo sicuramente in guerra. Non possiamo solo aspettare che le cose si risolvano. Lo dobbiamo anche a tutti i martiri che sono morti per noi e per la nostra terra”.

Nelle parole di Mohamed, così come in quelle di Bendir Hadyia, dipendente del Polisario, non c’è timore per la prospettiva armata. “Nel 1975 (quando scoppiò la guerra con il Marocco che è proseguita fino al 1990, ndr) eravamo deboli, senza esercito e ci spostavamo solo con i cammelli. Nonostante questa debolezza abbiamo tenuto testa al Grande Marocco e abbiamo riconquistato parte delle nostre terre. Oggi quindi abbiamo buone speranze, possiamo vincere”.

“Il problema non è il popolo marocchino – dice ancora Bendir – ma il potere, quello che prende le decisioni. Sicuramente lo stato non lascerà le ricchezze del nostro territorio (che è ricco di fosfati e che possiede una delle coste più pescose al mondo,ndr) tanto facilmente. Io sono pronto a morire per il mio popolo. In questo momento sono un autista per il Polisario ma sono un militare e in caso di guerra farò quello che mi verrà richiesto”.

“L’importante è la nostra determinazione – dice Rabeb Deid, responsabile della Daira di Lemsid nella municipalità di Bujadur - Noi siamo convinti che torneremo nelle nostre case e questo è quello che ci manda avanti. Il Marocco si deve mettere in testa che quella non è la loro terra”.

“Quando arrivammo qui – ricorda Rabeb – avevo 8 anni e non sapevamo se dovevamo montare le tende. Ci dicevamo che la situazione era transitoria e che a giorni saremmo tornati a casa: sono passati 40 anni”.

La storia di Rebeb è simile a quella dei moltissimi saharawi che, quando vennero cacciati dal Sahara Occidentale, si separarono dalla famiglia.

“La sera in cui sono venuti i marocchini ero a casa della mia bisnonna. I miei genitori sono rimasti nelle Terre Occupate e ho potuto rivedere la mia mamma solo una volta nel 2000”.

“Gli abitanti delle Terre Occupate – continua – sono vessati, ghettizzati e torturati. Non hanno libertà di parola e se finiscono in carcere è molto probabile che non tornino più. Qui moriamo per il clima avverso e per le condizioni di vita che nel deserto sono pessime, ma là muoiono per mano del governo marocchino”.

“Io – racconta Omar – sono fuggito dalla mia casa nel 1975 insieme a mio fratello, mentre i miei genitori sono rimasti là con mia sorella. Mio padre non l’ho mai più rivisto mentre mia madre una sola volta e non è stato facile”.

Omar rivide per pochissimi minuti suo madre mentre stava preparando, insieme a delegati del Marocco, le carte per organizzare il referendum che i Saharawi aspettano dal 1990 per avere la possibilità di scegliere tra l’integrazione con il Marocco o l’indipendenza.

“Quando mia madre seppe dov’ero venne ad aspettarmi fuori per rivedermi. I marocchini mi dissero che potevo uscire, così che loro potessero fare più il loro comodo e non avere degli ‘occhi indiscreti’. Io rifiutai. Mia madre venne per tutti gli altri giorni ad aspettarmi ma facevano sempre in modo che non potessi vederla. Alla fine la riabbracciai solo pochi minuti mentre stavo andando via con la macchina: ci fermammo, scesi e la strinsi. Dopo pochi mesi è morta e non l’ho mai più rivista”.

Nell’attesa dei saharawi sta infatti anche il referendum: “Il censimento –continua Omar- è pronto da anni. Tutto il materiale è a Ginevra. Ora andrebbe solo aggiornato ma il grosso della decisione da prendere è politica”.

Una tappa obbligata per capire la vicenda saharawi è la visita al ‘Muro della vergogna’, costruito dal Marocco nei primi anni Ottanta. La mastodontica costruzione attraversa tutto il confine e, con i suoi 2700 chilometri è il muro di divisione più lungo del mondo, oltre ad essere uno dei territori più minati.

Con delegazioni di volontari spagnoli,italiani e con una rappresentanza di algerini raggiungiamo quel tratto di deserto per una breve manifestazione.

Sulla jeep che ci porta al muro all’interno di un deserto che ai nostri occhi inesperti sembra tutto uguale, Bendir ci indica i confini: “Là c’è la Mauritania, di là l’Algeria, queste sono le nostre Terre Liberate e da quella parte c’è la nostra Terra”.