Entrare in Laos

di Enrico Catassi

Città di Nong Khai, sponda sud del Mekong nel lato tailandese, di fronte oltre le acque non certo cristalline il Laos e la sua capitale Vientiane. Primo pomeriggio di una giornata assolata. La scritta “Thailand the land of smile” campeggia su un manifesto pubblicitario. L'ufficiale della dogana al quale dò il passaporto è serio, adombrato e tutt'altro che amichevole. L'unica emozione che si legge nel volto è scocciatura talmente evidente che incute soggezione. L'uomo in divisa marrone con un movimento della mano mi indica di sollevare gli occhiali e guardare nella piccola telecamera dall'occhio nero che scannerizza le pupille, è un ordine. Obbedisco. Qualche interminabile decina di secondi di attesa e la stessa mano con in pugno un timbro cala sulla pagina del mio documento.

 

L'inchiostro celeste disegna un triangolo, al centro è impressa la parola “departed” e la data di uscita dal paese del sorriso. Mentre mi viene restituito il passaporto ringrazio in inglese e reclino la testa, nemmeno questo gesto di cortesia è contraccambiato. Il piccolo militare è nuovamente sprofondato nella poltrona all'interno del gabbiotto: avanti un'altro. Raggiungo in fretta l'uscita dell'edificio. La porta scorrevole si apre e l'aria condizionata svanisce con l'arrivo di un getto di calore. Nel piazzale esterno è parcheggiato un bus scassato. È un’accozzaglia di colori con tendine floreali, i finestrini sono ovviamente aperti. La lamiera del mezzo è bollente. Il tempo di prendere posto e sono fradicio di sudore. Il sedile di pelle produce un effetto colla sui vestiti, il mio corpo è in liquefazione. A bordo un misto di asiatici e due occidentali, incluso il sottoscritto. Il bus è il mezzo pubblico che fa la spola tra il confine del Laos e quello della Tailandia, sali in un paese e scendi nell'altro. In teoria un viaggio rapido, giusto il tempo di attraversare il Friendship bridge, un ponte poco più lungo di un chilometro costruito nella metà degli anni '90 sul Mekong. In pratica passare sul ponte dell'amicizia e arrivare nell'altra sponda diventa un’esperienza. Quando l'autista innesta la prima marcia alcune nuvolette nere pece sfogano dalla marmitta scoppiettante. Un centinaio di metri e il bus si arresta: semaforo rosso, sbarra calata e poliziotto con braccio alzato. Fermi. Passa il primo quarto d'ora e nessuno sembra preoccuparsi di questo stop. Intanto incomincia a formarsi una coda di vetture e pulmini. Poi quasi all'unisono le portiere si aprono la gente scende e inizia una lunga processione verso il poliziotto che si è riparato all'ombra di un albero. Ha abbassato il braccio e si è tolto il cappello. L'unico disinteressato di quanto sta accadendo è il nostro autista imbronciato. Per capire qualcosa conviene scendere e chiedere. Raggiungere il capannello di persone e trovare informazioni è una perdita di tempo. Non succede nulla. Il lungo ponte di cemento è completamente deserto. All'improvviso ecco sbucare in lontananza due persone in bicicletta, non è un'allucinazione. Sono una coppia di francesi, ridendo mi raccontano che dal lato laotiano la sbarra è rotta e mancano le chiavi per aggiustarla: il personale addetto è irrintracciabile. Il problema pare non risolvibile in tempi brevi così loro hanno scaricato le bici dall'autobus, decidendo di passare il confine a bordo delle più sicure-veloci due ruote.

 

È passata un'ora e il ponte brulica di persone che a piedi muovono da una sponda all'altra. Nell'incertezza attendo, la fiducia è minima. Finalmente due ore dopo si parte. Il numero dei passeggeri in carrozza è dimezzato. La coda di mezzi è ormai chilometrica. Al via è anarchia stradale, tra “sgomitate” e sorpassi giungiamo nell'argine laotiano. Ad accoglierci un poster che recita: “Laos the land of joy”.

 

Sono in fila per il visto. Il doganiere con veste nera non sprigiona simpatia. Rifletto sul fatto che i doganieri asiatici sono perennemente tristi e arrabbiati. Eppure non mi sembra un lavoro così poco edificante, forse un po' noioso e monotono, ma certamente meglio pagato di tanti altri in questa parte del mondo. Intanto il mio passaporto, le carte per la richiesta di visto, dove ho dovuto specificare la mia razza, e un piccolo gruzzolo di dollari sono stati aspirati dentro la finestrella dell'ufficiale di turno. Qualche minuto di attesa e la finestrella si riapre con il resto dei dollari e il passaporto vistato a tutta pagina. Scopro che il costo del permesso d'ingresso varia da paese a paese, chi paga meno sono gli ex coloni francesi che – strano – io li avrei fatti pagare di più.

 

Comunque via libera per la capitale. Prima però devo cambiare la valuta e intavolare una trattativa per il taxi, alla fine della contrattazione il prezzo è sceso della metà. Lungo la strada noto che molte case espongono la bandiera nazionale e quella comunista. In Laos vige un regime che solo di nome è comunista, nella realtà questo paese amalgama pensiero marxista, religione buddista e sfrenato capitalismo. Non è un caso che i due nomi più diffusi sono Champ e ATM. Onnipresenti. Il primo campeggia su alberghi, negozi, ristoranti e centri massaggi. Il secondo ad ogni angolo di strada, con i suoi piccoli bancomat dove è possibile prelevare denaro 24 ore su 24. Raggiunto l'albergo in stile coloniale c'è il tempo per una doccia. E poi una corsa in direzione del fiume, centinaia di persone sono sedute sui gradoni dell'argine, aspettano il tramonto, tutti con la testa all'insù. Lo spettacolo è unico. La palla di fuoco si specchia sulle acque, risplendono i tetti d'orati delle pagode. Il mio umore è cambiato, un sorriso è stampato sul mio viso. Sabaidee Laos.