L'Avana come Palermo 50 anni fa

di Marcella Croce

Habana Vieja, il più grande centro storico coloniale dell’America Latina, splendido concentrato di architetture eclettiche, con il suo straordinario mix di colori, suoni e varia umanità, immancabilmente incanta chiunque vi metta piede. Il giorno prima del nostro rientro in Italia, forse per la prima volta in vita mia, ho veramente capito perché il centro storico di Palermo possa  affascinare tanti stranieri. Dal Messico nel lontano ‘72, mio primo viaggio fuori dell’Europa, tante genti e tanti paesaggi urbani di quello che un tempo veniva chiamato Terzo Mondo, erano passati davanti ai miei occhi, tanti da non riuscire più a ricordarli proprio tutti, eppure solo all’Avana ho avuto chiara questa percezione.

Per tre settimane, in piccole dosi quotidiane, Cuba mi era penetrata a poco poco sotto pelle; non ci sono le piramidi né le cascate di Iguaçù, eppure quest’isola ha qualcosa di molto particolare da offrire. “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”, diceva il poeta. Per molti versi l’orologio sembra essersi fermato al 1959, anno della rivoluzione, anzi molti cubani asseriscono di essere più indietro ora che negli anni ’60, ma non è del tutto vero naturalmente, la politica può alterare, ma non fermare la storia.

 “Quello là sta andando a infornare la teglia che ha in mano nel forno sotto casa, quella signora sta portando un dolce alla vicina, la mattina presto sento anche qui in città il canto del gallo… La gente parla da un balcone a un altro, tanti stanno seduti a parlare sulla soglia di casa; a parte il colore più o meno scuro della pelle, tutto è proprio come in Corso Pisani negli anni del dopoguerra dove abitavo da bambino” osserva Giovanni, mio marito, nonché infaticabile compagno nella ricerca del tempo perduto.

All’improvviso la strada si anima ancora di più, c’è chi grida ai passanti, sembra che si stiano azzuffando, ma in realtà bisticciano scherzosamente sull’ultima partita di baseball, vero sport nazionale. Il concetto di privacy sembra inesistente, dal momento che tutti possono liberamente guardare dentro casa e i vicini sanno tutto di tutti. Sembra che non ci sia nessuno in casa, ma all’occorrenza spunta la vicina che conosce abitudini, nomi e soprannomi, e che sa che a quell’ora qualcuno deve essere dentro. Battendo sulle imposte o con altro mezzo alternativo, lei sa come chiamare anche in assenza del campanello, non desiste, e quel qualcuno spunta fuori da un tenda o da un sottoscala.

All’angolo della strada una donna in bigodini, ma l’ho visto fare anche a un ragazzo con i capelli arditamente scolpiti, mette qualcosa in un panaro, subito ritirato dai piani superiori, un sistema antico come il cucco del quale avevamo perso memoria, ma perfettamente efficace per velocizzare lo scambio delle merci. E qui anche io posso sfoderare i miei ricordi, giacché negli anni ’60 proprio così faceva mia nonna per comprare le melanzane quando passava il fruttivendolo in Viale delle Magnolie. Il nostro condominio era stato uno dei primi ad essere costruito nella zona, e intorno pascolavano ancora le pecore.

L’Italia veniva un tempo considerata patria della famosa arte dell’arrangiarsi, ma da tempo ne abbiamo perso il monopolio, se mai lo abbiamo veramente avuto. Ebbene, i cubani ne sono maestri insuperati: c’è chi ricicla le bombolette spray riempiendole a pagamento di insetticida su un banchetto improvvisato, e chi vende una misera lattughina sul ciglio della strada. C’è chi vanta le bontà di aglio e cipollette sistemate in trecce sulle spalle, e chi gira con scope e palette in spalla abbanniando i propri servigi per le pulizie della casa. C’è pure chi ha inventato un negozietto di barbiere in un mezzo balconcino facilmente accessibile dalla strada e contraddistinto da un cartello OFERTAS scritto a mano. Non sono offerte speciali, ma un semplice elenco dei prezzi di ogni tipo di taglio di barba e capelli.

C’è persino chi si organizza un negozio di souvenir sulle scale che, sempre strette e impervie, con gradini cortissimi e spesso irregolari, portano ai piani superiori. Ho chiesto incuriosita come avessero ottenuto il monopolio della scala: alcuni di questi piccoli audaci imprenditori abitano appunto al piano superiore (il classico casa e putìa), e quindi fanno ciò che vogliono. Ma molti condividono la scala con altre famiglie, o addirittura abitano altrove. “Sanno che io devo vivere” è stata la semplice spiegazione.

Basterebbe questa frase a indicare il fortissimo senso di solidarietà dei cubani, facilmente osservabile, al punto da essere quasi tangibile, in ogni occasione: deve essere il popolo con la più alta forza di coesione del mondo. Un invidiabile primato che è anche un effetto collaterale dalla rivoluzione che, insieme ad altri obbiettivi più facilmente verificabili, rendono Cuba così diversa dal resto del mondo in generale, e da tutti i paesi vicini di casa: mortalità infantile e analfabetismo quasi zero, bassissima criminalità. Alla minima occasione, ciascuno di loro sciorina però una lunga serie di horror stories sulle ingerenze del regime nella loro vita, che annulla di fatto ai loro occhi tutti i vantaggi di cui sopra.

Dal prestito dello zucchero e del sale, al pescaggio di un prezioso cliente straniero per un paladar (ristorante privato) o per una delle innumerevoli casas particulares (case private ovvero B&B): con ogni mezzo i cubani si aiutano fra loro e difendono le loro recenti libertà di fare qualche affare con i turisti, cioè l’unica loro occasione di guadagnare qualcosa in pregiati pesos convertibili CUC, ognuno dei quali vale ben 25 pesos cubani.

I prezzi astronomici rendono le macchine del tutto fuori dalla portata della stragrande maggioranza dei cubani che si adeguano diventando magnifici meccanici e carrozzieri per le tante enormi coloratissime macchine americane anni ’50 ancora in circolazione, addirittura trasformandole in decappottabili, o inventando tutta una serie di ingegnosi e fantasiosi veicoli esistenti solo a Cuba: il coco taxi, il bici taxi, il “ciclomotore” che in realtà è un incrocio fra lapa e motocicletta, e così via dicendo.

Un altro positivo effetto collaterale della rivoluzione è il traffico quasi inesistente, almeno per i nostri standard. Se la famiglia abita al pianterreno, le motociclette (e a volte anche le macchine se non sono troppo grandi) di notte sono a volte tenute in casa, nella stanza tutto fare che dà sulla strada. Similmente a Palermo in Corso dei Mille, zona tradizionalmente abitata da carrettieri che trasportavano in città dalla provincia le derrate alimentari, ancora una ventina di anni fa ho visto carretti magnificamente decorati che gli ex carrettieri tenevano nella cucina ricavata nell’ex-garage, tra la lavatrice e il frigorifero.

Il riciclo non è moda da ricchi ma esigenza da poveri. Fino agli anni ’50, in case siciliane anche relativamente agiate, la carta igienica si otteneva con la carta del pane pazientemente piegata in rettangoli e tagliata con il coltello. A Cuba, come da noi fino a una trentina di anni fa, i pannolini e i fazzolettini umidi per neonati sono ancora lussi per pochi, e il risparmio è una necessità, anche se per fortuna sono ormai lontani i giorni della durissima esperienza del Periodo Especial, tra 1990 e il 1993, quando l’isola perse la protezione della scomparsa Unione Sovietica e i cubani, su per giù come i siciliani in periodo di guerra, persero mediamente un quarto del loro peso corporeo.

E ancora: l’Avana come gran parte di Cuba soffre di periodiche e frequenti mancanze d’acqua, e questa emergenza in Sicilia purtroppo non riguarda solo il passato. Alcune zone del centro storico, pur non avendo subito alcun bombardamento, sono fatiscenti proprio come Piazza Garraffello alla Vucciria. Il porto dell’Avana, come quello di Palermo, era un tempo chiuso da una catena, e si potrebbe andare avanti in questo senso per molto tempo. Ma poi le somiglianze finiscono, perché l’Avana ha avuto (anzi ha ancora) un suo angelo custode di cui ancora noi invochiamo invano l’arrivo. Il Salvatore non è un Dio, né uno dei tanti Orixa della Santeria cubana, è un uomo vivente in carne ed ossa, si chiama Eusebio Leal, ed è semplicemente un genio.

Eusebio Leal è a capo della Oficina de l’Historiador de la Ciudad, termine intraducibile che a Cuba denota la più importante istituzione culturale del paese, e ha guidato gli splendidi restauri che hanno interessato negli ultimi anni dozzine di edifici storici di Habana Vieja, tutti dotati di incantevoli cortili con vegetazione tropicale, e di vetrate e inferriate artistiche, in cui l’azzurro ha un ruolo fondamentale. Si eseguono ottimi restauri in ogni parte del mondo, Palermo compresa, ma raramente mi è accaduto di vedere un utilizzo così azzeccato del bene restaurato. Dal museo delle carte da gioco alla moschea o alla sala concerti, dal museo della Santeria alla rivendita di profumi o alla distilleria di birra, dal museo di Arte Coloniale al negozio di arte naif, la città ha acquistato tutta una serie di attrazioni culturali gratuite o quasi in una zona geograficamente ristretta e quindi facilmente visitabile a piedi. Non solo, negli esercizi commerciali della Oficina, gli utili ricavati sono destinati ad altri restauri. Se Habana sembra Palermo 50 anni fa, dobbiamo augurarci che, sotto questo aspetto, non siano necessari 50 anni affinché Palermo sia come Habana.