Attentato a Barcellona

Marcella Croce

Per tanto tempo Palermo e Barcellona non sono state collegate da voli diretti, riflettevo giovedì 17 agosto osservando che il mio aereo era pieno come un uovo e che non c’era un posto libero neanche a pagarlo a peso d’oro. Forse se Alitalia ci avesse pensato prima di Vueling, avrebbe potuto evitare o ritardare un po’ la sua catastrofe economica.

Palermo e Barcellona sono per più versi ‘città parallele’, simile grandezza e simile clima mediterraneo. Pur con le dovute distinzioni, entrambe le città hanno un grande passato di epoca preistorica, classica, medievale, e Liberty. Sono divise in zone che, con una certa immaginazione, corrispondono abbastanza bene tra loro, il Barrio Gotico corrisponde al nostro centro storico, l’Eixample e il Passeig de Gràcia al quartiere Politeama e Via Libertà, Barceloneta a Mondello, Montjuic al Monte Pellegrino, l’Avinguda Parallel a Viale Strasburgo, e così via. Ci sono strade con nomi a noi familiari, testimoni incontrovertibili di un passato comune: Montcada per esempio, e Ruggero di Lauria, ammiraglio italiano rifugiatosi a Barcellona presso la corte di Pietro III d’Aragona nel 1266 dopo la decapitazione di Corradino. C’è perfino un famoso mercato che si chiama Voqueria: un nome che, come Vucciria, viene dal francese boucherie. Ma per quanto riguarda i musei, la differenza è semplicemente abissale. Quando mio figlio Andrea studiava a Barcellona, per un mese intero mi sono dedicata esclusivamente alla visita dei suoi musei (i maggiori sono almeno una trentina e già dagli inizi del ‘900 esiste uno speciale comitato che coordina le attività di tutti i musei cittadini), e di ognuno di essi ho ammirato quantità e qualità delle opere, bellezza degli spazi, qualità estetica e didattica delle esposizioni.

Ed ecco che nella città che è prima in Europa per numero di turisti, nella città multiculturale per costituzione, in una delle pochissime città affacciate sul Mediterreneo che siano dotate di metropolitana e dove le piste cicliabili e il bike sharing esistevano già 15 anni fa, è piombato come un fulmine una camioneta impazzita che ha seminato morte e terrore, e che ha trasformato la celebre Rambla in una trincea dove ciascun morto o ferito, in attesa delle ambulanze, era circondato da un cordone di astanti esterrefatti.

Ma Barcellona è una città con risorse infinite. Appena 48 ore dopo l'attentato, a parte i segni esteriori del lutto esposti sui palazzi governativi e in vari esercizi commerciali, è solo la presenza della polizia a segnalare qualcosa di diverso. Per il resto Barcellona e i suoi visitatori sembrano non avere perso la loro tradizionale vitalità, e la Rambla è come al solito affollata di turisti apparentemente spensierati.

Nel gennaio del ’68 ero al nono piano la terribile notte del terremoto del Belice e per alcuni secondi ho pensato che il palazzo sarebbe venuto giù come un fuscello. Nel ’69 ero a Milano il giorno delle bombe di Piazza Fontana, nel 1980 ero sull’Autostrada del Sole vicino Bologna quando i terroristi neri misero a punto la strage della stazione. Essere sfiorati dalle tragedie, sia naturali che non, ci fa sempre molta impressione: poteva capitare a me, a mio marito, ai miei figli e ai miei nipoti, questa è la dura realtà, che fa riaffiorare ancora una volta quella disturbante sensazione di precareità che vorremmo ricacciare nel fondo del nostro essere e che il poeta cantava aggrappato “come d’autunno sugli alberi le foglie”.

Forse tra le persone che viaggiavano giovedì sul nostro aereo ce n’erano alcune che sono rimaste uccise o ferite sulla Rambla poche ore dopo il nostro arrivo. Proprio ieri prima di partire da Palermo, cercavamo di decidere se sia il caso di tornare a Istanbul o di andare finalmente in Libano per vedere da dove vennero i nostri antenati Fenici, ma oggi non più dubbi: ci andremo.