Poeta a Lisbona

Il mio primo, autentico, posto in seconda classe è stato un seggiolino in terza fila nella platea del Morlacchi a Perugia, il 12 Luglio del 1996. Lo straordinario concerto di João Gilberto ha segnato per sempre uno slittare di luogo e di lingua, che non posso certamente attribuire alle circostanze o alle opportunità della vita.
Le altre date, che tuttavia segno affinché battano il tempo nello spazio dei luoghi che ci segnano, rischiano di non avere importanza, tranne ricordare che è a Lisbona, da sempre ad oggi, che la conferma di questo scivolare nonostante tutto dolciastro mi arriva ogni giorno, nelle ore piccole che si fanno, siano le ultime prima di dormire, siano le prime ultimato il sonno – la strada è sdrucciolevole ma ameno è il paesaggio.
“Questi luoghi sono soprattutto persone. I luoghi hanno tutti un nome, rimarranno ad aspettare fedeli, con lievi varianti di fisionomia. La nostra fisionomia muta in tempi brevi. I luoghi li riconosceremo identici, confortevoli, luminosi o tristi. Le persone, che popolano ed amano quei luoghi e queste pagine, quel par di occhi giustapposti con cui ogni volta abbiamo creduto di vedere meglio il mondo, le persone non hanno invece nome, sono soltanto un umore astratto, compendiato in pronomi vaghi dietro ai quali a fatica si scorge ancora l’essere di carne che c’è stato, un sentimento ormai solo intimo. Tutti, però, sono fuggiti, mancati nel momento necessario. Guardando a questo panorama desolato in cui le parole non servono più, non dicono più quello che è loro fine spiegare, lo immagino come una pianura al crepuscolo con alberi sparsi, un silenzioso viaggio dall’Alentejo a Lisbona, le pause nei paesi dalle case bianche e i cornicioni blu, e una musica di Satie che ci martella in testa da ore. Il perdere ciascuno ogni volta, frase scritta su un foglio di carta smarrito tra le cose di una vita inscatolate un po’ ovunque e sempre in partenza, la fatica dei preparativi e un ultimo sguardo perso in un sogno ormai indecifrabile: troppa gente non ha saputo capire che esiste una misura umana per l’eternità. Era sempre il segno di un punto di non ritorno, così chiaro e lacerante la mattina alla stazione, felice di fuggire via, e la sensazione di soffocamento per ogni cosa che inesorabile si chiude.”
Frammenti di un libro patologicamente inedito, che continuo a scrivere e che ho cominciato a capire meglio abitando le Lisbon Revisited di Álvaro de Campos - Fernando Pessoa:
Outra vez te revejo, 
Ancora ti rivedo
Mas, ai, a mim não me revejo! 
Ma, ah!, me, non mi rivedo
Partiu-se o espelho mágico em que me revia idêntico, 
Si è rotto lo specchio magico in cui mi rivedevo identico
E em cada fragmento fatídico vejo só um bocado de mim - 
 E in ogni frammento fatidico vedo solo un poco di me
Um bocado de ti e de mim!... Un poco di me e di te!... 

Alcuni indios brasiliani, più di tutti vicini all'uomo naturale che non esiste, e quindi al suo prototipo animalesco, quando percepiscono la stanchezza e l'inutilità della vita (ma molto meglio: quando capiscono di averla compiuta compiendo se stessi), si isolano, smettono di seguire il gruppo, e desistono dal nomadismo che contraddistingue l'uomo. Anche la Madonna del Buon Viaggio, che giace in una bara-barca, compie da sola l'ultimo passo.