La cuna del mondo

Si esce all'aperto, nel tripudio verde dell'isola paradisiaca. Si passa dall'ombra alla luce, dalla barbarie alla civiltà, dal passato decrepito al presente vittorioso. Tutta Bombay è disegnata sull'orizzonte con la sua rada, il suo arcipelago, le sue penisole. Da nessuna altura si può meglio capire la topografia mirabilmente equilibrata di questa metropoli asiatica. E si pensa non senza orgoglio al miracolo che l'attività occidentale ha fatto in poco più di mezzo secolo in queste paludi febbricose.
"Due monsoni dura la vita di un uomo" dicevano gli indigeni agli europei che approdavano. Oggi Bombay è tra le città più salubri dell'India, certo superiore a Calcutta, a Goa, a Madras. Ma quale sovvertimento ciclopico ha dovuto operare la forza dell'uomo! Due secoli or sono, alla foce del fiume Ulas, si prolungavano in mare, lontane dalla costa, le creste parallele di due colline sommerse; l'intervallo era occupato da laghi salmastri, da jungle popolate di belve. Gli esploratori portoghesi giudicarono quell'acquitrino insanabile. Giovanni IV di Portogallo diede l'arcipelago di Bombay quale dote - trascurabile - di sua figlia Caterina, sposa si Carlo II. La Compagnia delle Indie l'ebbe da Carlo II per la cifra incredibile di lire 250 annue. Se ne fece un luogo d'asilo, si cercò di popolare la piaga umidiccia e infuocata. Ma solo con l'annessione definitiva all'Inghilterra, cominciò a delinearsi sull'arcipelago insalubre la città futura. Le paludi e le jungle furono prosciugate e distrutte, le due colline parallele si congiunsero, formarono l'isola d'oggi.