La Cina è vicina?

Cosa si perde scrivendo? Me lo chiede, con un sorriso timido sulla sua faccia larga e ridanciana, una studentessa cinese - e aspirante scrittrice - del primo anno di corso d'italiano dell'università di Xi'an, la città dei famosi guerrieri di terracotta e della tomba  del primo imperatore. La sua domanda kafkiana giunge inattesa, in quest'aula del campus in cui si discute la traduzione cinese dei miei Microcosmi e rivela indirettamente il grande cammino percorso in questi anni dalla Cina, che è forse vicina - come diceva, in un altro senso, un vecchio film di Bellocchio - più di quanto si creda. E' la letteratura occidentale che si è interrogata e si interroga con passione sulle contraddizioni della scrittura, su ciò che essa dà e toglie, inseguendo la vita e ponendosi al di fuori di essa, cogliendone il significato e aprendosi all'amore, ma anche chiudendosi in un delirio di onnipotenza o in una fissazione narcisista. Kafka, Mann o Borges intuiscono l'assenza che c'è in ogni espressione, la vita vera cercata e mancata causa questa ossessiva ricerca talora fuorviante, l'arte che per esprimere l'esistenza la perde, l'Io che scrivendo dà senso al fluire del mondo ma si scopre un altro, attore o sostituto di se stesso.