Himalaya, anni Trenta

A scuola, ricordo, ero un cannone in geografia; sapevo perfino dove si trova il Sikkim. Questa nozione, insieme alle altre d'Urga capitale mongola, Tupungato montagna dell'America meridionale, Jan Mayen isola norvegese e Koko-Nor lago dell'Asia centrale, costituiva uno di quei gioiellini da collezionisti che mi rendevano assolutamente imbattibile.
Se chiudo gli occhi e mi riporto alla memoria all'aula stracca dove andavo assaggiando i primi bocconi del sapere, vedo ancora un vecchio mappamondo appeso alle pareti, e lì, a Nord dell'India, ricordo che spiccavano tre misteriosi staterelli: a sinistra c'era il Nepal, a destra il Buthan, e la perlina di mezzo, più piccola di tutte, era appunto il Sikkim incastrato a viva forza fra le due sorelle maggiori e proprio a ridosso d'una catena di monti, l'Imàlaia, la quale, a giudicare dalla cupezza delle tinte marroni, doveva essere altissima.
E per verità le cose stanno appunto in questo modo.
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Il Sikkim, è vero, ha un Maharàgia. Eppure ciò non siginifica ci se debbano aspettare turbanti gioielli e ventagli mossi dolcemente da schiave seminude. Dren-Giong è un paese buddista - di buddismo lamaista - e perciò ricorda in ogni sua caratteristica il Tibet e non l'India, anche se da questa esso abbia subito qualche influenza nelle sue istituzioni. La famiglia regnante è imparentata con i nomi più belli di Lasa ed a corte si parla tibetano, come tibetane sono le vesti e le acconciature.
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Scendo lentamente verso Dic-ciù. I portatori sono restati indietro e cammino ormai solo sguazzando ad ogni passo nei torrentelli che traversano la strada. L'umidità e la pioggia mi hanno penetrato tutte le vesti, e gli scarponi gargarizzano l'acqua di cui sono imbevuti. Non di rado debbo fermarmi per staccare le sanguisughe che, non so come, riescono a salire su per le calzature e le gambe, fermandosi a suggere avidamente i miei umori, quando una maglia slargata delle calze gliene offra il destro.
Durante i mesi delle piogge queste bestioline costituiscono uno dei peggiori inconvenienti del basso Sikkim e non c'è verso di salvarsi dal loro assedio. La saggezza indiana consiglia ci si munisca d'un bastone, alla cui estremità sia legato un sacchetto pieno di sale e di tabacco, talché notata la presenza del verme gli si possano avvicinare le sostanze irritanti per farlo cadere, disgustato, a terra. Ma è destino che non ci si accorga mai di nulla, e che soltanto alla tappa, spogliandosi, s'abbiano a scoprire le gambe fiorite d'otricelli ben nutriti a nostro scapito. E i dolori vengono dopo quando le minuscole ferite prudono insistentemente per molte ore, se non s'infettano addirittura, come avviene nei casi più sfortunati. La previdenza migliore pare sia quella degli inglesi che cingono i polpacci di fasce, offrendo in tal modo un ostacolo insuperabile agli esosi animaletti.