Manager a Shangai

A vent’anni ero un ragazzo piuttosto felice con un percorso già ben definito: avevo una fidanzata con la quale avrei vissuto tutta la vita, un lavoro (istruttore federale di tennis) che non avrei mai abbandonato, e nel tempo libero per darmi un contegno studiavo economia e commercio. Il giorno del mio compleanno un mio allievo, noto dentista pisano, venne e mi disse: “Andrea, ricordati che dai venti ai trenta è il momento migliore della vita, perché hai tutte le strade aperte davanti e tanta energia per percorrerle: divertiti!”. Mi parve un buon consiglio. Quello che non sapevo ancora era che la vita con noi (o almeno di certo con me) si diverte a fare il gioco delle tre tazze: quando sei sicuro ma proprio sicuro che la palla sia sotto quella tazza lì, la vita la solleva con un sorriso da joker e ti mostra che sotto non c’è niente. All’Università caddi infatti preda di un’inattesa passione per il marketing che mi portò a terminarla meglio del previsto, e la mia fidanzata ne approfittò per iscrivermi a mia insaputa a un concorso per una borsa di studio allora piuttosto prestigiosa, il Cor.C.E. organizzato dall’ICE per formare specialisti di commercio internazionale. Inaspettatamente vinsi la borsa di studio e fui spedito per un anno a Roma e poi in Australia e Nuova Zelanda. Quanto tornai, sia la mia fidanzata che il mio lavoro si erano volatilizzati.
Al compleanno dei trent’anni in compenso si ripresentò il noto dentista pisano che mi disse testualmente: ”Andrea, ricordati che dai trenta ai quaranta è il momento migliore della vita, perché hai ancora tante opportunità e tanta energia ma anche una certa esperienza e qualche soldo in tasca, il che non guasta mai: divertiti!”. Anche stavolta decisi che avrei fatto del mio meglio per non deluderlo. Ma due faccende capitarono a cambiare di nuovo la misteriosa posizione della pallina sotto le tazze. Una ditta pisana nota nel settore del design mi offrì la posizione di direttore d’esportazione e con essa la possibilità di visitare ogni anno oltre cinquanta paesi diversi, in tutti e cinque i continenti. Iniziava così un lustro in cui avrei passato all’estero una media di 280 giorni l’anno, innamorandomi di ogni posto in cui mi è capitato di trovarmi e in maniera particolare dell’Asia. Capitò inoltre che un signore che si era distinto per aver prima distrutto i timpani di numerosi croceristi, poi il verde cavalcando il boom del mattone degli anni ’70 e infine quel poco che era rimasto del cervello dei telespettatori italiani, decise di dedicarsi alla distruzione dell’intero paese e diventò primo ministro. Al mio primo viaggio all’estero dopo la sua elezione, un tassista tedesco mi disse: “Mi scusi, le posso fare una domanda?” “Certo”, risposi. “Mi spiega come avete fatto a eleggere quel signore lì? Ieri sera alla televisione tedesca hanno passato un documentario sulla sua vita, e anche un bambino di tre anni capirebbe che è assolutamente inadatto a guidare un paese”. Fu il primo, timido segnale di quella che sarebbe stata negli anni una serie interminabile di sfottò, battute e perfino risate a ganasce spalancate ogni volta che mostravo il mio passaporto all’estero. E soprattutto l’inizio di un periodo in cui ho visto sfiorire progressivamente le ragioni che avevano fatto dell’Italia il paese della dolce vita, e affiorare a pelo d’acqua una pericolosa indulgenza verso la superficialità, l’arroganza, l’individualismo più sfrenato accompagnato da un beato disinteresse verso la cosa pubblica che non mi sembravano rispecchiare le caratteristiche del paese in cui ero nato e che il mondo intero aveva sempre ammirato e invidiato. Così nel 1999, alla soglia dei quarant’anni, decisi di emigrare. Seguendo varie ragioni, tra cui giocarono la loro parte anche quelle del cuore, me ne andai due anni a Londra e poi sette a Barcellona. Sempre lavorando come consulente per aziende interessate a esportare i loro prodotti, soprattutto nel settore del design. Poi nel 2008, alla soglia dei cinquanta, decisi di andare ancora più lontano a fare l’immigrato, e dopo averla visitata per quasi quindici anni sono venuto a vivere in Cina. Interesse e amore per l’Asia, opportunità professionali e anche qui ragioni del cuore hanno tutte contribuito alla scelta e continuano oggi a giustificarla. La pallina è finalmente sotto la tazza giusta? Non lo so: il mio sogno a vent’anni, grazie a Tabucchi e Pessoa, era quello di vivere in un paesino di pescatori del Portogallo facendo lo scrittore, povero in canna ma creativo e felice. L’altro giorno ho guardato la cartina geografica: se uno è in Portogallo e si mette a camminare (verso est, ovviamente, perché di là c’è l’oceano) e attraversa tutto il pianeta e cammina fino a che la terra non finisce, arriva a Shanghai che è, insieme a Hong Kong, la mia base asiatica. Sono cioè finito all’esatto opposto di dove mi proponevo di andare: la vita-joker può quindi continuare a sorridere. Ma nel frattempo ho imparato una cosa, grazie soprattutto al noto dentista pisano che pure non ho più visto: il momento migliore della vita è sempre quello che stai vivendo adesso. Finché riesco a non dimenticarmelo continuerò a sorridere anch’io.